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venerdì 23 gennaio 2026

FERRARI PRESENTA LA SF-26: INIZIA LA SFIDA DEL NUOVO REGOLAMENTO

A Maranello non è stata soltanto svelata una nuova monoposto. Con la presentazione della SF-26, la Ferrari ha mostrato al mondo una dichiarazione d’intenti. La 72ª rossa della storia in Formula 1 non è semplicemente l’auto che inaugura il Mondiale 2026: è il simbolo di un passaggio epocale, tecnico e identitario, forse il più radicale degli ultimi decenni.

Il venerdì mattina di Fiorano, sotto un cielo grigio e una pista bagnata, ha offerto una cornice quasi cinematografica a una giornata che segna un taglio netto con il recente passato. I nuovi regolamenti rivoluzionano tutto: telai, aerodinamica, power unit, carburanti e gomme. Finisce l’era dell’effetto suolo così come l’abbiamo conosciuta, e inizia una Formula 1 più leggera, più corta, più essenziale. Ferrari risponde con una vettura che, già a colpo d’occhio, sembra voler trasmettere proprio questo: pulizia, razionalità, efficienza.

Ma la SF-26 è anche un punto di svolta interno. È la prima Ferrari del nuovo corso tecnico guidato da Loïc Serra, chiamato a raccogliere un’eredità complessa dopo l’addio di Enrico Cardile. Un progetto nato da zero, a differenza della SF-25, e quindi carico di responsabilità. È anche la seconda Ferrari di Lewis Hamilton, l’ottava di Charles Leclerc: due carriere, due generazioni, un’unica ambizione condivisa. Quella di riportare il Cavallino dove manca da troppo tempo.

Diciannove anni senza un titolo mondiale sono un’enormità per una squadra che vive di storia e memoria. E non è un caso se proprio alla storia Ferrari ha deciso di guardare per raccontare visivamente questa nuova fase. La livrea della SF-26 richiama apertamente la 312 T degli anni Settanta, la monoposto della rinascita guidata da Niki Lauda nel 1975. Allora furono undici anni di digiuno prima del ritorno alla vittoria. Oggi il parallelismo è evidente, quasi dichiarato. Il rosso torna lucido, più intenso, più vivo. Il bianco, attorno all’abitacolo e sull’engine cover, non è solo un esercizio estetico ma un messaggio: contrasto, identità, coraggio di osare.

Sotto la carrozzeria, però, la rivoluzione è ancora più profonda. La nuova power unit 2026, senza MGU-H e con una MGU-K potenziata fino a 350 kW, impone un cambio di mentalità totale. L’integrazione tra telaio e motore diventa cruciale, così come la gestione dell’energia elettrica in gara. 
Ferrari lo sa: questa è una sfida che non ammette mezze misure, perché il ciclo tecnico che si apre ora può determinare gli equilibri della Formula 1 per molti anni.

La SF-26 nasce quindi come piattaforma, non come prodotto finito. Un’auto pensata per crescere, per essere sviluppata, per adattarsi a un regolamento che nessuno conosce davvero fino in fondo. È una Ferrari che promette agilità più che aggressività, metodo più che istinto. E forse è proprio questo il segnale più interessante.

Il Mondiale inizierà l’8 marzo in Australia, ma la vera corsa è già partita. Non è solo contro Red Bull, Mercedes o McLaren. È una corsa contro il tempo, contro le aspettative, contro una storia gloriosa che pesa come un macigno. La SF-26 non può garantire vittorie. Ma può, e deve, rappresentare l’inizio di qualcosa.

A Maranello lo sanno: per tornare grandi non basta cambiare le regole. Serve cambiare il modo di interpretarle.

Foto: fonte web 




mercoledì 21 gennaio 2026

MONTE-CARLO 2026: QUANDO IL RITORNO DI LANCIA È MOLTO PIÙ DI UNA GARA

C’è un momento, nel motorsport, in cui il presente rallenta e il passato torna a bussare con forza. Non per nostalgia sterile, ma per ricordare chi sei stato e, soprattutto, chi vuoi tornare a essere. 

Il Rally di Monte-Carlo 2026 segna uno di quei momenti: il ritorno ufficiale di Lancia nel Mondiale Rally. E non poteva che avvenire così, sotto le luci del porto di Monaco, tra ghiaccio, asfalto traditore e il peso di una storia che non concede sconti.

Il nome è nuovo, Ypsilon Rally2 HF Integrale, ma il suono è quello giusto. HF Integrale non è una sigla qualsiasi: è un manifesto, un’eredità pesante come undici titoli mondiali Costruttori, l’ultimo dei quali conquistato nel 1992 con la Delta. Lancia riparte dal WRC2, la palestra dei grandi ritorni, con un progetto moderno, industriale, eppure profondamente identitario. Non è un’operazione revival, ma un rientro ragionato, figlio della strategia Stellantis e di una visione chiara: tornare credibili prima ancora che vincenti.

Il Monte-Carlo è il banco di prova più crudele possibile. Qui non vince solo la macchina più veloce, ma quella più intelligente. La Ypsilon Rally2 HF Integrale nasce esattamente con questo spirito: leggera, bilanciata, con un baricentro abbassato e un’aerodinamica pensata per generare carico dove l’aderenza è un concetto relativo. Il motore, supportato da un sistema anti-lag evoluto, e la trasmissione ottimizzata per i fondi a grip variabile sono armi pensate per sopravvivere, prima ancora che attaccare, tra neve, ghiaccio e asfalto sporco.

A guidarla ci sono due specialisti: Yohan Rossel e Nikolay Gryazin. Niente scommesse azzardate, solo esperienza mirata. È un debutto di fuoco, ma anche un messaggio chiaro al paddock: Lancia è tornata per restare. E il fatto che 60 esemplari della Rally2 siano già stati venduti prima ancora del debutto dice molto più di qualsiasi slogan.

Attorno a questo ritorno si muove tutto il resto del Mondiale, che a Monte-Carlo inaugura una stagione 2026 ricca di incognite. Toyota resta il riferimento nella categoria Rally1, con un parco piloti impressionante e l’onere di difendere il titolo. Hyundai cerca finalmente continuità dopo anni di promesse non mantenute fino in fondo, mentre M-Sport continua a puntare sui giovani, fedele alla propria filosofia.

Ma Monte-Carlo, si sa, non fa sconti a nessuno. Le 17 prove speciali per oltre 339 chilometri cronometrati sono una roulette tecnica e mentale. La scelta delle gomme può decidere un rally nel giro di pochi chilometri, e il Col de Turini – Power Stage finale – resta un giudice implacabile, capace di ribaltare classifiche e destini.

In questo scenario, il ritorno della Super Speciale nel Principato, su un tratto del circuito di Formula 1, è più di un’operazione spettacolo: è la cornice perfetta per una passerella che sa di rinascita. Le livree nuove, i fari che tagliano la notte, il pubblico assiepato sul porto. E, tra tutte, una vettura che catalizza gli sguardi più delle altre.

Perché quando torna Lancia, nel rally più iconico di tutti, non è mai solo una gara. È un confronto diretto con la propria leggenda. E il Monte-Carlo 2026, comunque vada, segna l’inizio di una storia che il rally aspettava da troppo tempo.

Foto: fonte web 


giovedì 15 gennaio 2026

F1 2026: LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DELL'ALA POSTERIORE

Mentre l’inverno della Formula 1 è monopolizzato dal dibattito sulle power unit 2026, la vera frattura con il passato rischia di passare quasi inosservata. Non ruggisce, non emette cavalli, ma cambia radicalmente il modo in cui una monoposto si muove nell’aria. 

È la nuova ala posteriore, cuore di una rivoluzione aerodinamica tanto silenziosa quanto profonda, scolpita dalla FIA nell’articolo C3.11 del regolamento tecnico.

Il messaggio della Federazione è chiaro: meno complessità, più efficienza, zero zone grigie. L’ala posteriore non è più un semplice elemento di carico, né un DRS binario aperto/chiuso. Diventa un sistema aerodinamico attivo, controllato, blindato e, soprattutto, sottratto alla creatività più estrema dei progettisti.

La prima stretta arriva dalla geometria. 

Tre volumi al massimo, raggi di curvatura rigidamente definiti, nessuna concavità “furba” visibile dal basso e limiti severi anche dall’alto. Tradotto: addio ali barocche, addio superfici pensate per generare vortici aggressivi e disturbare chi segue. La FIA forza una pulizia concettuale che obbliga i team a cercare la downforce nell’efficienza complessiva del pacchetto e nel dialogo con il diffusore, non più in soluzioni alari estreme.

Ma il vero cambio di paradigma è funzionale.

Con il 2026 non esiste più il DRS come lo abbiamo conosciuto. Al suo posto ci sono due modalità operative elettroniche: corner mode e straight-line mode. La prima garantisce il massimo carico in curva, la seconda riduce drasticamente il drag sui rettilinei. Il passaggio tra le due avviene in massimo 400 millisecondi, attraverso un singolo attuatore comandato esclusivamente dalla ECU standard FIA. L’auto cambia “pelle” aerodinamica in un battito di ciglia, senza margini per interpretazioni creative.

E se qualcosa va storto? 

Anche qui la FIA non lascia nulla al caso. Il sistema è fail-safe: in caso di guasto, una molla o la pressione dell’aria riportano automaticamente l’ala in modalità curva. Se si rompe, l’ala si chiude. Prima viene la sicurezza, poi la prestazione.

Il capitolo più politico, però, è la guerra dichiarata all’aeroelasticità. 

L’articolo C3.11.7 sembra scritto con un destinatario preciso: le ali flessibili. I separatori – da tre a cinque – non sono più semplici distanziatori “da parco chiuso”, ma diventano piloni strutturali che collegano fisicamente profilo principale e flap mobile. Devono impedire qualsiasi movimento passivo. Il messaggio è brutale nella sua semplicità: i profili si muovono solo quando lo decide la centralina. Punto.

Qui entra in gioco il famoso vincolo dei 40 mm² di superficie di appoggio. In modalità curva, il flap deve letteralmente “battere” contro i separatori, creando un finecorsa meccanico solido. Niente più supporti che si comprimono ad alta velocità, niente più giochi elastici per chiudere lo slot gap e ridurre il drag di nascosto. Se l’ala è chiusa, resta chiusa. La FIA non vuole fidarsi dei sensori: pretende blocchi fisici, contatti reali, carbonio contro carbonio.

Non è un dettaglio, perché la Federazione si riserva anche il diritto di limitare l’uso della modalità rettilineo su determinati circuiti o tratti. In quello scenario, una flessione “controllata” sarebbe oro. Ed è proprio per impedirla che il regolamento diventa così asfissiante.

Nemmeno staffe, carenature e supporti scampano al controllo. Devono essere invisibili dal basso, per non sporcare il flusso nella zona di bassa pressione, e non possono trasformarsi in generatori di vortici mascherati. Anche il pilone centrale dell’ala è normato nel dettaglio, area massima inclusa, per evitare interazioni aerodinamiche eccessive con lo scarico.

In definitiva, la FIA 2026 racconta una filosofia precisa: meno interpretazioni, più controllo centrale, più equità aerodinamica. È una Formula 1 che rinuncia a parte della sua anarchia tecnica per inseguire efficienza, sicurezza e – nelle intenzioni – gare più pulite. Resta da capire se, come spesso accade, gli ingegneri troveranno comunque una crepa nella gabbia regolamentare.

Perché se la storia della F1 insegna qualcosa, è che ogni rivoluzione scritta sulla carta è solo l’inizio della prossima battaglia in pista… e in galleria del vento.

Foto: fonte web 

















mercoledì 7 gennaio 2026

LA ROSSA RIPARTE LEGGERA: MARANELLO STUDIA IL FUTURO DELLA FORMULA 1

Nel lungo avvicinamento alla Formula 1 del 2026, c’è un dato che emerge con chiarezza: a Maranello non si stanno limitando a interpretare il nuovo regolamento, lo stanno sfruttando. E lo stanno facendo in uno degli ambiti più delicati e decisivi della nuova era tecnica: il peso della monoposto.

La rivoluzione regolamentare voluta dalla FIA ha un obiettivo preciso, quasi ideologico: fermare l’aumento incontrollato della massa delle vetture e riportare la Formula 1 verso auto più agili, efficienti e “vere” dal punto di vista dinamico. Il passaggio dai 798 kg del 2025 ai 724 kg del 2026 (726 in qualifica), a cui va poi sommata la “nominal tyre mass”, rappresenta un taglio netto di circa 30 kg rispetto alla generazione attuale. Una differenza enorme, soprattutto in un contesto in cui ogni chilogrammo può tradursi in decimi preziosi.

Ed è proprio qui che Ferrari sembra aver giocato d’anticipo.

La separazione regolamentare tra peso della monoposto e peso delle gomme apre nuovi scenari progettuali, riportando al centro un concetto che in Formula 1 è sempre stato sinonimo di prestazione: la zavorra. Andare sotto il peso minimo consente di scegliere dove posizionarla, abbassando il baricentro, migliorando la distribuzione delle masse e affinando il bilanciamento dell’auto. Un lusso che nel 2026 pochi team potranno permettersi, perché tutti arriveranno “tirati” al limite regolamentare.

Ferrari, però, parte con un vantaggio strutturale. 

Essendo costruttore completo, non deve adattare telaio e packaging a una power unit fornita da terzi. A differenza di team clienti – come McLaren con Mercedes – a Maranello hanno potuto decidere fin dall’inizio attacchi, ingombri e integrazione di motore endotermico, parte ibrida e trasmissione. Un dettaglio che, in una Formula 1 così estrema, dettaglio non è.

Particolarmente significativo è il lavoro svolto sulla trasmissione. 

Da Maranello filtra la notizia di una scatola del cambio estremamente compatta, frutto di un know-how maturato negli ultimi anni. L’obiettivo non è solo il risparmio di peso, ma anche la possibilità di “snellire” la zona posteriore della vettura, area che nel 2026 sarà cruciale per la gestione dei flussi diretti verso il diffusore. Meno ingombri, più libertà aerodinamica: un binomio che può fare la differenza.

Altro capitolo chiave è quello delle batterie. 

Pesanti, ingombranti e fondamentali, soprattutto in un’era in cui la parte elettrica della power unit erogherà fino a 350 kW. Qui Ferrari sembra aver colmato un gap storico. Se in passato Mercedes era il riferimento assoluto nella prima era ibrida, oggi la Rossa può contare su un patrimonio di conoscenze costruito anche fuori dalla Formula 1. Il progetto 499P nel WEC non è stato solo un successo sportivo, ma un laboratorio tecnologico di prim’ordine, in particolare sul fronte dell’efficienza e dell’alleggerimento dei sistemi ibridi.

È vero, le batterie delle Hypercar lavorano con potenze inferiori, ma i principi ingegneristici restano. E a Maranello li stanno applicando con metodo e visione, integrando peso, aerodinamica e dinamica del veicolo in un progetto coerente.

Il 2026 è già "partito" e la pista sarà come sempre l’unico giudice. Ma una cosa è certa: Ferrari sta affrontando la nuova Formula 1 con un approccio maturo, profondo e sistemico. Non rincorre, costruisce. E quando a Maranello si lavora così, il peso del futuro può finalmente tornare a essere… un alleato.

Foto: fonte web