Dall'evoluzione estrema delle prestazioni alla complessità delle dinamiche di gara, l'impegno per la sicurezza non può più limitarsi a rincorrere le emergenze. Per alzare davvero l'asticella della protezione di piloti e tifosi occorre un salto culturale ulteriore: anticipare l'errore prima che si ripeta, proteggendo in modo ancora più efficace chi vive di questa passione.
Quando succede qualcosa di grave, la prima tentazione è parlare di fatalità. È una parola comoda, perché consente di chiudere rapidamente una discussione. Ma nel motorsport la fatalità non può diventare un alibi.
Gli incidenti delle ultime settimane, tra rally e cronoscalate, hanno riportato brutalmente al centro dell'attenzione il tema della sicurezza. Non quella scritta sui regolamenti, non quella verificata attraverso una serie di adempimenti, ma quella reale: quella che deve essere in grado di proteggere un pilota, un commissario, un addetto ai lavori e, soprattutto, uno spettatore quando qualcosa va storto.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il lavoro degli organizzatori. Chi organizza una gara affronta responsabilità enormi e, nella stragrande maggioranza dei casi, applica con scrupolo quanto previsto dai regolamenti.
Ma proprio qui sta il punto.
Se una vettura può fare qualcosa che fino a qualche anno fa sembrava impossibile, forse dobbiamo chiederci se anche ciò che la protegge sia ancora adeguato.
Dopo oltre quarant'anni trascorsi a seguire rally, cronoscalate, slalom e gare automobilistiche, qualche confronto con il passato viene naturale. E osservando alcune competizioni di oggi, non posso evitare di chiedermi se determinati sistemi di protezione siano rimasti indietro rispetto all'evoluzione delle automobili.
Le vetture sono cambiate profondamente. Sono più veloci, più sofisticate, più pesanti. Le loro dinamiche in caso di perdita di controllo sono diverse da quelle che eravamo abituati a vedere decenni fa.
E allora perché continuiamo, in determinate situazioni, ad affidarci alle stesse soluzioni?
Le balle di paglia davanti a un muretto, le protezioni collocate all'esterno di una curva, le chicane costruite con pile di pneumatici: sono sistemi previsti dalle norme, hanno una loro funzione e non si può certo sostenere che siano stati messi lì senza criterio.
Ma una cosa è rispettare una prescrizione, un'altra è domandarsi se quella prescrizione sia ancora sufficiente.
Perché le auto sono cambiate. E forse la sicurezza non abbastanza.
C'è poi un altro aspetto che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto nelle cronoscalate: il fondo stradale.
Capita di vedere carreggiate nelle quali l'asfalto nuovo interessa soltanto una parte della strada, mentre l'altra conserva un manto vecchio e usurato. Per chi percorre quella strada normalmente può essere una semplice differenza di superficie. Per una vettura da competizione che affronta una curva ad alta velocità può diventare qualcosa di completamente diverso.
Avere due livelli di aderenza differenti sotto le quattro ruote non è un dettaglio: significa modificare il comportamento della vettura proprio nel momento in cui il pilota ha meno margine per correggere un'eventuale perdita di controllo.
Anche in questo caso la domanda è semplice: abbiamo verificato che ciò che era accettabile ieri lo sia ancora oggi?
Poi ci sono i fatti. E davanti ai fatti, ogni teoria lascia il posto alla realtà.
Alla Monte Erice alcuni spettatori hanno perso la vita. Al Rally 1000 Miglia è accaduta un'altra tragedia, così come al Rally della Val d'Aveto, in Liguria. Sono eventi che non possono essere archiviati semplicemente sotto la voce "incidente".
L'imponderabile esiste, certo.
Ma se sappiamo che esiste, allora dobbiamo organizzare le gare proprio partendo da questo presupposto.
La sicurezza non dovrebbe servire soltanto a gestire ciò che prevediamo. Dovrebbe servire, per quanto possibile, a limitare le conseguenze di ciò che non siamo in grado di prevedere.
Ed è qui che credo sia necessario un cambio di mentalità.
Forse dobbiamo avere il coraggio di smettere di considerare rally e cronoscalate come qualcosa di diverso, dal punto di vista della protezione del pubblico, rispetto a una pista.
Una prova speciale non è un circuito permanente, questo è evidente. Ma il pubblico deve essere protetto con la stessa filosofia: aree sicure, realmente sicure, accessi controllati, l'individuazione, se possibile, di aree dove costruire delle tribune removibili, un numero di spettatori compatibile con gli spazi disponibili e, soprattutto, nessuna valutazione basata soltanto sull'esperienza passata.
Perché è proprio l'esperienza passata, in alcuni casi, a ingannarci.
La zona della Monte Erice nella quale è avvenuto l'incidente la conosco bene. Dal 1982 fino all'inizio degli anni 2000 ho visto correre praticamente tutte le gare. Quella posizione, all'esterno della curva, era sempre stata considerata sicura. Gli spettatori si trovavano diversi metri sopra la sede stradale e a una distanza considerevole dal punto di percorrenza delle vetture.
Per decenni non era successo nulla.
Poi è arrivata una Peugeot 308.
E uno sperone di roccia, qualcosa che probabilmente nessuno aveva mai considerato un pericolo concreto, si è trasformato in un trampolino.
La vettura è volata verso il pubblico.
Questo è l'imponderabile. Ed è esattamente per questo che non possiamo più limitarci a dire: "Quella zona è sempre stata sicura".
Lo stesso ragionamento viene spontaneo pensando a quanto accaduto alla Coppa Nissena con la Ferrari 296 di Kadija Mourtaji. Anche in quel caso si è trattato di una dinamica che, probabilmente, pochi avrebbero immaginato; fortunatamente senza conseguenze per la pilota, ma con conseguenze per gli addetti ai lavori e per le strutture.
Due incidenti diversi, una stessa domanda: e se avessimo avuto barriere più efficaci?
Non è detto che l'incidente sarebbe stato evitato, ma è possibile che ne sarebbero state ridotte le conseguenze.
Guard-rail a tripla lama, New Jersey, sistemi di protezione continui nei punti dove tecnicamente è possibile installarli: non sono la soluzione a ogni problema, ma possono impedire che una vettura esca dalla traiettoria trasformandosi in un proiettile.
Forse alla Monte Erice la Peugeot avrebbe colpito una barriera invece di prendere il volo.
Forse alla Coppa Nissena la Ferrari avrebbe trovato una protezione prima di arrivare alla struttura dell'arrivo.
Forse.
Ma quando in gioco c'è la vita delle persone, anche un "forse" merita di essere preso molto seriamente.
Naturalmente c'è un problema: i costi.
Realizzare una protezione continua lungo una prova speciale di rally sarebbe un'impresa enorme dal punto di vista logistico, tecnico ed economico. Una cronoscalata presenta difficoltà diverse e, in molti casi, una soluzione del genere sarebbe più facilmente realizzabile, anche se avrebbe comunque un costo importante.
Ma forse è proprio questo il momento di cominciare a parlare anche di costi.
Perché organizzare una gara costa. Allestire un percorso costa. Garantire la sicurezza costa.
E la sicurezza dovrebbe essere considerata un investimento, non una voce da comprimere quando il bilancio diventa difficile.
Non possiamo pretendere di avere automobili sempre più performanti, competizioni sempre più veloci e pubblico sempre più numeroso continuando a ragionare sulla protezione con criteri costruiti quando le macchine erano completamente diverse.
Il regolamento stabilisce il minimo necessario. La responsabilità dovrebbe spingerci a fare qualcosa in più.
Questo non significa criminalizzare gli organizzatori. Significa chiedere al sistema di interrogarsi prima che sia un'altra tragedia a imporre una nuova domanda.















