Diciotto anni. Tanto è passato dall’ultima volta in cui la Scuderia Ferrari ha sollevato il Mondiale Piloti, con Kimi Räikkönen nel 2007. Un’eternità per Maranello, un’era geologica per una squadra che vive di vittorie. Eppure, alla vigilia del via in Australia l’8 marzo, qualcosa è cambiato. Per la prima volta dopo tempo, non si respira solo speranza: si avverte una concreta possibilità.
I tempi sorprendenti nei test invernali in Bahrain hanno riacceso l’entusiasmo dei tifosi e acceso, al tempo stesso, le sirene d’allarme nel paddock. La nuova Rossa non è soltanto veloce: è audace.
Un’idea rivoluzionaria che fa paura.
Da quando la Ferrari ha svelato la sua rivoluzionaria ala posteriore rotante nei test di Sakhir, è partita la caccia alla fotografia perfetta. Tecnici e fotografi appostati, zoom puntati su ogni dettaglio, avversari intenti a carpire il segreto dell’ultima trovata degli ingegneri guidati da Loïc Serra, alla sua prima monoposto da direttore tecnico.
La soluzione è tanto semplice quanto ingegnosa: un sistema che, secondo i sussurri del paddock, garantirebbe fino a 8 km/h in più sul dritto rispetto all’ala mobile tradizionale. Un vantaggio che potrebbe fare la differenza su piste come Shanghai o Jeddah, meno forse a Melbourne, ma che rappresenta soprattutto un segnale: la Ferrari ha deciso di osare.
Non solo ala. Anche lo scarico posteriore che genera deportanza e un sistema di partenza ottimizzato per massimizzare l’energia elettrica al via raccontano di un progetto pensato per attaccare, non per difendersi.
Mentre durante l’inverno le polemiche hanno sfiorato la power unit Mercedes, sotto osservazione per presunti vantaggi nel rapporto di compressione, a Maranello si è scelto un altro approccio: lavorare, innovare, rischiare.
La SF-26 e la rivoluzione regolamentare.
Il 2026 apre una nuova era tecnica in Formula 1. Regolamenti rivoluzionati, power unit ripensate, margini di sviluppo enormi. In questi contesti, chi parte bene ha un vantaggio psicologico e tecnico che può amplificarsi.
La SF-26 è apparsa più armoniosa rispetto alle sue antenate. Nuovo schema sospensivo, power unit ibrida potente e affidabile, bilanciamento migliorato. Le sensazioni positive di Lewis Hamilton e soprattutto il miglior tempo assoluto firmato da Charles Leclerc nei test non sono semplici numeri invernali: sono indizi.
Certo, la concorrenza è tutt’altro che spettatrice. La McLaren campione del mondo, guidata in pista da Lando Norris e Oscar Piastri, resta un riferimento solido sotto la direzione di Andrea Stella. La Mercedes può contare sull’esperienza di Toto Wolff e sull’ascesa del giovane Kimi Antonelli. La Red Bull Racing, con il fattore Max Verstappen e una power unit costruita in casa, non ha certo perso l’abitudine a vincere.
L’equilibrio al vertice sembra reale. Ma in stagioni come questa non vince solo chi parte forte: vince chi sviluppa meglio.
La vera sfida: la mentalità.
Il dato più pesante resta quello iniziale: diciotto anni senza un titolo piloti. Dal 2007 a oggi la Ferrari ha sfiorato l’impresa solo due volte all’ultima gara, con Fernando Alonso nel 2010 e nel 2012. Poi occasioni evaporate: Sebastian Vettel nel 2017 e 2018, lo stesso Leclerc nel 2022.
Non è mancata solo la macchina. È mancata la continuità nello sviluppo, la freddezza nei momenti chiave, la mentalità vincente.
Qui entra in gioco Frédéric Vasseur. Il team principal ha chiesto coraggio, idee nuove, aggressività tecnica. La rivoluzione regolamentare offre un’occasione irripetibile: in un ciclo che riparte quasi da zero, anche le gerarchie possono essere riscritte.
La Ferrari 2026 sembra figlia di questa filosofia del rischio. Ma il vero banco di prova non saranno i tempi di Sakhir: sarà la capacità di portare aggiornamenti efficaci a ogni gara, di reagire agli imprevisti, di non smarrirsi quando la pressione salirà.
Diciotto anni sono abbastanza.
Se davvero questa è l’alba di una nuova era, la Ferrari ha il dovere di trasformare i segnali in certezze. Perché in Formula 1 le occasioni non aspettano. E questa, forse, è quella giusta.
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