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domenica 31 maggio 2026

FAGGIOLI FIRMA LA LEGGENDA DI FASANO: L'80° ANNIVERSARIO CELEBRA ANCORA IL RE DELLE SALITE

La 67ª Coppa Selva di Fasano regala spettacolo e sfide al millesimo nel secondo round del Campionato Italiano Super Salita. Fazzino e Di Fulvio completano un podio di altissimo livello davanti a migliaia di appassionati.












Ottant'anni di storia e non sentirli. 
La 67ª Coppa Selva di Fasano ha confermato ancora una volta perché la cronoscalata pugliese rappresenti uno degli appuntamenti più prestigiosi e attesi del panorama nazionale.

Nell'anno dell'80° anniversario dalla prima edizione del 1946, la gara organizzata da Egnathia Corse ha offerto uno spettacolo degno della propria tradizione, riaffermando il suo ruolo centrale nel Campionato Italiano Supersalita.

I 5,6 chilometri che uniscono Fasano alla frazione Selva si sono trasformati in un autentico teatro della velocità, dove i protagonisti della massima serie tricolore hanno combattuto una sfida giocata sul filo dei centesimi. Un confronto iniziato già nelle prove ufficiali, con Luigi Fazzino capace di lanciare il primo guanto di sfida a Simone Faggioli, e culminato nelle due intense manche di gara che hanno entusiasmato il pubblico assiepato lungo il percorso.

Alla fine, ancora una volta, è stato Simone Faggioli a fare la differenza. Il pluricampione toscano ha dimostrato perché il suo nome rappresenti ormai un punto di riferimento assoluto nelle cronoscalate italiane ed europee, e anche in quelle americane, se si considera la Pikes Peak, in programma questo mese, alla quale parteciperà insieme a Diego Degasperi e Franco Caruso. 

Con due salite di altissimo livello, concluse rispettivamente in 2'07"87 e 2'08"22, il pilota della Nova Proto NP01 ha costruito il secondo successo della stagione a Fasano (il tredicesimo in totale), imponendo un ritmo che nessuno è riuscito realmente a sostenere nell'arco delle due manche.

Ma la vittoria di Faggioli non deve oscurare la straordinaria prestazione di Luigi Fazzino. Il giovane talento siciliano ha confermato tutto il proprio valore, restando costantemente in scia al campione toscano e dimostrando una maturità agonistica sempre più evidente. La sua Osella PA30 è stata ancora una volta protagonista assoluta e il secondo posto finale assume il valore di una candidatura autorevole nella lotta al vertice del campionato.

Se Faggioli e Fazzino hanno rappresentato i due poli della sfida, Stefano Di Fulvio ha saputo ritagliarsi con pieno merito il ruolo di terzo incomodo. L'abruzzese è stato protagonista di una prestazione eccellente, capace di inserirsi stabilmente nelle posizioni di testa e di conquistare un meritato terzo gradino del podio assoluto. Un risultato che conferma la crescita del pilota e la competitività del progetto Nova Proto.

Alle loro spalle, la gara ha raccontato altre storie significative. Achille Lombardi ha dovuto fare i conti con una sbavatura nella prima salita che probabilmente gli è costata la possibilità di lottare per il podio, ma il quarto posto finale testimonia comunque una prestazione di alto livello. 
Mirko Torsellini ha saputo costruire una gara concreta e consistente, mentre Franco Caruso, nonostante una lieve toccata al guard-rail nell'ultima curva della seconda manche, ha portato a casa un prezioso sesto posto.

Merita una menzione particolare Andrea Di Caro. Il pilota siciliano continua il proprio percorso di crescita e, oltre al settimo posto assoluto, conquista il successo nel Gruppo Motori Moto, confermando un feeling sempre maggiore con la Nova Proto NP03. 
Segnali importanti per un pilota che sta costruendo con pazienza e determinazione il proprio spazio tra i protagonisti delle salite italiane del futuro.

La top ten assoluta, completata da Michele Puglisi, Francesco Leogrande e dal francese Sébastien Petit, fotografa perfettamente l'elevato livello tecnico espresso dall'edizione 2026 della Coppa Selva di Fasano.

Spettacolo anche fuori dalla lotta per il podio di gruppo E1. Il pubblico ha trattenuto il fiato per il rocambolesco episodio che ha visto protagonista Alessandro Tortora, con la Peugeot 106 turbo, autore di un testacoda all'ultima curva prima del traguardo. 
Un episodio fortunatamente senza conseguenze che ha regalato una delle immagini più curiose del weekend, con il pilota capace di tagliare il traguardo addirittura in retromarcia.

Nel Gruppo GT, invece, Lucio Peruggini ha imposto la legge del più forte. Il foggiano, al volante della Ferrari 296 Challenge, si è confermato il riferimento della categoria in entrambe le manche, respingendo gli attacchi di Giuseppe D'Angelo e consolidando una leadership costruita con velocità e precisione. 
Una sfida che continua ad arricchire il fascino di una categoria sempre più competitiva e spettacolare. 
Terzo il romano Marco Jacoangeli con la BMW Z4 GT3.

In TCR, Luca Tosini, su Audi RS3, vince la classifica aggregata davanti ad Arcangelo Crescenza, anch'egli su Audi, e a Francesco Urti su Hyundai i30 N.

Nel Gruppo CN, il campione italiano in carica della categoria, Alberto Scarafone, lascia il passo a Gianfranco Giorgio su Tatuus; terzo di gruppo Marco Capucci su Osella PA21 S.

La 67ª Coppa Selva di Fasano lascia così in eredità un messaggio chiaro al Campionato Italiano Supersalita: il livello tecnico è elevatissimo, i protagonisti sono numerosi e il campionato è più vivo che mai. Ma lascia anche qualcosa di più profondo: la conferma che esistono gare capaci di attraversare le generazioni senza perdere identità, eventi che riescono a coniugare tradizione, passione e modernità.

Fasano appartiene a questa categoria. Ottant'anni dopo la sua nascita, continua a essere una delle capitali italiane della velocità in salita. E, a giudicare da quanto visto quest'anno, il suo futuro appare luminoso quanto la sua gloriosa storia.



lunedì 25 maggio 2026

KIMI ANTONELLI, LA FORZA DEI CAMPIONI: POKER IN CANADA

A Montreal il diciannovenne italiano conquista il quarto GP consecutivo dopo un duello serrato con Russell. Hamilton ritrova la Ferrari con un grande secondo posto, Verstappen completa il podio. Ma il messaggio al Mondiale è chiarissimo: Kimi ha già la testa, lo stile e la fame dei campioni veri.

Kimi Antonelli non sta più soltanto vincendo: sta imponendo una nuova grammatica della Formula 1. Perché quattro Gran Premi consecutivi non si conquistano per caso, né soltanto grazie alla macchina migliore.

Vincere quattro volte di fila è un gesto da campione vero, qualcosa che appartiene a quella ristrettissima élite di piloti capaci di unire talento, freddezza, stile e ferocia agonistica. Serve testa, prima ancora che velocità. Serve la capacità di reggere la pressione, di leggere la gara, di trasformare ogni duello in una dichiarazione di superiorità. E a Montreal, Kimi Antonelli ha fatto esattamente questo.

A diciannove anni, il bolognese della Mercedes sta riscrivendo i parametri della precocità. Il Canada doveva essere il regno di George Russell: pole nella Sprint, vittoria nella gara breve, pole position anche nella qualifica tradizionale. Sembrava tutto apparecchiato per il ritorno dell’inglese al centro della scena. E invece la domenica ha raccontato un’altra storia. La storia di un ragazzo italiano che ha preso in mano il Mondiale con la naturalezza dei predestinati.

La partenza è stata il primo segnale: Antonelli ha cancellato uno dei pochi punti deboli mostrati a inizio stagione, bruciando Russell allo start con la lucidità di chi sa che le gare si vincono anche nei dettagli. Poi è iniziata una battaglia "feroce" durata trenta giri, un corpo a corpo continuo fatto di staccate al limite, incroci di traiettorie e pressione psicologica. Russell lo ha passato, sì, ma non è mai riuscito a scappare davvero. Kimi gli è rimasto addosso come un’ombra, insinuandosi negli specchietti e nella mente del compagno di squadra.

È qui che si vede la differenza tra un pilota veloce e un campione. Antonelli non ha perso la testa neppure quando dal muretto gli è stato ordinato di restituire la posizione per evitare penalità. Ha obbedito, si è lamentato il giusto, poi è tornato subito all’attacco. Sempre lucido. Sempre presente. Sempre lì. Una pressione costante, soffocante, che alla lunga ha consumato Russell fino al colpo di scena del giro 31: la Mercedes numero 63 rallenta improvvisamente dopo un passaggio sull’erba, la W17 si spegne e il britannico è costretto al ritiro. Fine della battaglia, ma soprattutto fine dell’illusione che questo Mondiale sia ancora aperto come qualche settimana fa.

Perché oggi la sensazione è chiarissima: il campionato è nelle mani di Antonelli. E lo è ancora di più se si considera che Montreal, teoricamente, non era nemmeno la pista più favorevole a lui. Se Kimi domina anche qui, allora il resto del calendario rischia di trasformarsi in una lunga rincorsa degli avversari.

E intanto l’immagine del podio vale più di mille analisi. Antonelli al centro, Lewis Hamilton alla sua destra, Max Verstappen alla sua sinistra. Undici titoli mondiali complessivi accanto a un diciannovenne italiano che li ha relegati al ruolo di comprimari. Hamilton, autore probabilmente della sua miglior gara da quando veste Ferrari, ha ritrovato orgoglio e aggressività, culminati nel magnifico sorpasso finale su Verstappen per prendersi il secondo posto. Leclerc, quarto, completa un weekend finalmente incoraggiante per la Rossa.

Ma tutto questo, inevitabilmente, passa in secondo piano davanti alla grandezza della prestazione di Antonelli. Perché il dato impressionante non è soltanto la quarta vittoria consecutiva, impresa che nemmeno Senna e Schumacher avevano raggiunto alla loro prima striscia vincente, ma il modo in cui è arrivata. Con maturità, cattiveria agonistica e controllo assoluto della situazione.

La McLaren si è autoeliminata con una scelta strategica sbagliata sotto la pioggia leggera del via, Norris si è ritirato, Piastri è sprofondato fuori dai punti. Verstappen ha limitato i danni. Hamilton ha rialzato la Ferrari. Ma il vero messaggio l’ha mandato Antonelli.

Ed è un messaggio pesantissimo: l’Italia, dopo anni di attesa, potrebbe davvero aver ritrovato un campione del mondo.


domenica 17 maggio 2026

LA VALLE CAMONICA ACCENDE LA SUPERSALITA: FAGGIOLI DAVANTI, LOTTA SERRATA ALLE SPALLE

Il campione toscano conquista il sesto successo nella gara bresciana nonostante un problema al cambio. Darbellay e Torsellini infiammano la sfida assoluta, Di Caro domina tra le Sportscar Motori Moto.


Il Trofeo Vallecamonica non tradisce mai. La salita camuna, una delle gare più iconiche del panorama nazionale, ha aperto il Campionato Italiano Supersalita con tutto ciò che rende speciale questa disciplina: velocità, coraggio, tecnica e una lotta sul filo dei centesimi che ha trasformato il 55° appuntamento organizzato dall’Automobile Club Brescia in uno spettacolo assoluto.



Alla fine, il verdetto ha confermato ancora una volta il nome di Simone Faggioli. Ma ridurre il weekend bresciano all’ennesimo successo del campione toscano sarebbe un errore. Perché dietro il sesto sigillo del fuoriclasse di Best Lap c’è stata una gara durissima, combattuta, intensa come poche. Una cronoscalata che ha raccontato molto di più di una semplice vittoria.

Faggioli ha imposto il proprio ritmo sin dalle prime battute, fermando il cronometro in un impressionante 3’44”78 in gara 1. Numeri da riferimento assoluto, numeri da campione. Eppure, proprio quando sembrava pronto a demolire il record personale sul tracciato camuno, un problema alla seconda marcia nella seconda salita ha cambiato lo scenario. Non abbastanza da togliergli il successo, ma sufficiente per mostrare quanto il livello della concorrenza si sia ormai alzato.

Perché oggi battere Faggioli resta difficilissimo, ma stargli vicino non è più impossibile.

Lo ha dimostrato Victor Darbellay, autore di un weekend magnifico. Lo svizzero ha costruito il secondo posto assoluto con una gara 1 praticamente perfetta, sfruttando al massimo la sua Nova Proto NP01 e chiudendo ad appena 2”83 dal vincitore nella classifica aggregata. Ma il dato più impressionante è un altro: soltanto 33 centesimi lo hanno separato da Mirko Torsellini in una lotta per il podio che ha infiammato entrambe le manche.

Torsellini, con la Norma M20 FC, ha probabilmente firmato una delle prestazioni più convincenti della sua maturazione agonistica. In gara 2 il senese ha attaccato senza esitazioni, entrando addirittura nella sfida diretta per la vittoria parziale e chiudendo terzo assoluto con appena tre secondi complessivi di ritardo da Faggioli. È il segnale più evidente di una categoria che oggi vive una delle fasi tecnicamente più competitive degli ultimi anni.

E dietro ai tre protagonisti del podio, il livello non è stato certo inferiore.

Stefano Di Fulvio ha impressionato al debutto sul tracciato camuno, sfiorando il podio con una Nova Proto sovralimentata sempre più efficace. Luigi Fazzino, invece, ha ricordato a tutti il suo talento cristallino: in gara 2 il siciliano della Osella PA30 Evo è arrivato a soli 21 centesimi da Faggioli. Un margine infinitesimale che racconta perfettamente la qualità della sfida vista in Vallecamonica.

Sempre concreto Franco Caruso, mentre Achille Lombardi ha mostrato segnali molto incoraggianti con una Osella finalmente competitiva dopo un avvio complicato.

Se tra i prototipi assoluti il confronto è stato stellare, altrettanto interessante è stato il duello tra le Sportscar motori moto. 

Andrea Di Caro ha subito mandato un messaggio chiaro alla stagione 2026: il campione in carica vuole confermarsi. Il giovane nisseno ha dominato la categoria con la Nova Proto NP03 Aprilia, contenendo gli attacchi di un Michele Puglisi sempre più convincente. La loro sfida promette di diventare uno dei temi tecnici più interessanti del campionato.

E poi c’è stato il fascino delle GT. 

Ventuno supercar al via, motori da endurance e un nome davanti a tutti: Lucio Peruggini. Il foggiano ha imposto la Ferrari 296 nella categoria GTS Divisione 1, aprendo nel migliore dei modi la rincorsa a un nuovo titolo. Una presenza scenica e tecnica che ha aggiunto ulteriore prestigio a un weekend già ricchissimo di contenuti.

Il Trofeo Vallecamonica, ancora una volta, ha dimostrato perché resta una delle gare più amate dai piloti e dal pubblico. Non solo per la bellezza del percorso o per la cornice unica della Valcamonica, ma perché qui la cronoscalata conserva la sua essenza più autentica: uomini e macchine lanciati contro il tempo, separati da pochi centimetri, da pochi decimi, da un dettaglio meccanico o da una traiettoria perfetta.

Faggioli resta il re della montagna. Ma la montagna, oggi, parla con molte più voci.

Foto: fonte web 

MERLI, PODIO DI CARATTERE A FALPERRA: IL CAMPIONE RESTA PROTAGONISTA EUROPEO

Il trentino della Scuderia Pintarally Motorsport vince Gara 1 in Portogallo, poi chiude terzo assoluto per appena 326 millesimi dietro a Joseba Iraola Lanzagorta. Una sfida sempre più serrata nel Campionato Europeo della Montagna.



Nel motorsport europeo, i decimi di secondo non raccontano soltanto una classifica: raccontano il carattere. E quello mostrato da Christian Merli alla 45ª Rampa Internacional da Falperra vale molto più di un semplice terzo posto.

Sul tracciato portoghese, teatro del terzo appuntamento del Campionato Europeo della Montagna, il campione trentino della Scuderia Pintarally Motorsport ha dimostrato ancora una volta di appartenere all’élite assoluta della disciplina. La vittoria in Gara 1 al volante della Nova Proto NP 01 Cosworth aveva acceso le ambizioni di un nuovo successo internazionale, ma nella seconda salita è emersa tutta la competitività della nuova generazione turbo.

Lo spagnolo Joseba Iraola Lanzagorta, su Nova Proto NP 01 Turbo, ha piazzato l’affondo decisivo, conquistando la vittoria assoluta per appena 326 millesimi sul campione europeo in carica. Un distacco minimo, quasi crudele nella sua esiguità, che conferma però quanto il livello del Campionato Europeo della Montagna stia raggiungendo vette tecniche e sportive sempre più elevate.

Davanti a Merli anche il ceco Petr Trnka, secondo per soli 266 millesimi dal vincitore, mentre il francese Kevin Petit e il tedesco Alexander Hin completano una top five monopolizzata dalle Nova Proto, autentiche protagoniste della scena continentale.

Eppure, al di là del podio, Falperra lascia una certezza: Merli resta il punto di riferimento tecnico e umano della montagna europea. Perché vincere una manche contro avversari armati di motori turbo significa che velocità, esperienza e sensibilità di guida continuano a fare la differenza. Anche in un campionato dove la tecnologia evolve rapidamente e gli equilibri si decidono sul filo dei millesimi.

Il terzo posto portoghese non è una battuta d’arresto. È, semmai, il segnale che la lotta per il titolo europeo è più aperta che mai. E quando in gioco c’è Christian Merli, nessuno può permettersi di sentirsi davvero al sicuro.

Foto: fonte web


lunedì 11 maggio 2026

LANCIA CONVINCE ANCHE SULLA TERRA: IL PORTOGALLO CONSACRA LA YPSILON RALLY2 HF

Podio, scratch e leadership nel WRC2: al debutto mondiale su sterrato la nuova Lancia dimostra velocità, carattere e una maturità tecnica superiore alle aspettative.

C’è un dettaglio che conta più di ogni classifica, più di ogni scratch e persino più di un podio: la credibilità tecnica. Ed è proprio lì che Lancia Corse HF, in Portogallo, ha lanciato il messaggio più importante della propria stagione mondiale.


Perché il Rally del Portogallo non perdona nessuno. È la gara delle pietre nascoste sotto il fango, delle carreggiate profonde che strappano il volante dalle mani, delle sospensioni messe al limite e dell’aderenza che cambia curva dopo curva. È il banco di prova che separa i progetti promettenti da quelli realmente pronti a competere nel WRC2.

Ed è su questo terreno che la Lancia Ypsilon Rally2 HF Integrale ha affrontato il proprio esordio mondiale su sterrato.
Dopo le vittorie consecutive su asfalto in Croazia e alle Canarie, il rischio era evidente: passare dalla precisione chirurgica dell’asfalto alla brutalità della terra portoghese avrebbe potuto ridimensionare entusiasmi e aspettative. Invece è successo l’opposto. La Ypsilon Rally2 HF Integrale ha dimostrato di possedere una base tecnica sorprendentemente solida anche nelle condizioni più estreme.

La classifica finale racconta solo una parte della storia. L’altra, forse la più importante, parla del ritmo mostrato da Yohan Rossel e Arnaud Dunand. Costretti a partire immediatamente dietro le Rally1, i francesi hanno trovato prove speciali devastate dai solchi lasciati dalle vetture della classe regina. Una situazione che, soprattutto il venerdì, ha trasformato ogni passaggio in una lotta continua contro il fondo. Eppure Rossel è rimasto agganciato alle posizioni di vertice del WRC2, segnale chiaro di una vettura già competitiva anche lontano dal proprio habitat naturale.

Poi è arrivata la sfortuna. Quando la rimonta sembrava poter riaprire completamente i giochi, un contatto con una roccia nella penultima speciale del sabato ha fermato temporaneamente l’equipaggio. Episodi che nei rally fanno parte del mestiere, soprattutto quando si spinge al limite per cercare prestazione su terreni così selettivi.

Ma proprio qui emerge il valore del weekend portoghese per Lancia Corse HF: il risultato non cancella i progressi. Anzi, li rende ancora più evidenti.
Perché mentre Rossel cercava la rimonta, Nikolay Gryazin e Konstantin Aleksandrov costruivano una gara di sostanza e velocità. Secondi assoluti tra le Rally2, autori di due scratch di categoria, i due hanno interpretato perfettamente un rally dove spesso conta più sopravvivere che attaccare. Gryazin, pur senza raccogliere punti WRC2 personali, ha portato in dote punti pesantissimi per il campionato Team, permettendo a Lancia Corse HF di conservare la leadership della classifica.

Ed è questo il vero dato politico e sportivo del Portogallo: Lancia non è più soltanto una storia nostalgica da raccontare agli appassionati. Sta diventando una realtà tecnica credibile all’interno del mondiale rally.

La Ypsilon Rally2 HF Integrale è ancora un progetto giovane, inevitabilmente in fase di crescita, ma ha già mostrato una caratteristica fondamentale per chi vuole vincere nel WRC2: adattabilità. Vincere sull’asfalto può essere frutto di un equilibrio specifico. Essere competitivi anche sulla terra, nel fango e nelle condizioni più variabili del mondiale, significa invece avere una piattaforma tecnica completa.

Il Portogallo, in questo senso, vale quasi quanto una vittoria.
Perché nei rally moderni il cronometro racconta la velocità, ma sono le gare dure a raccontare il potenziale. E sulle strade scavate del nord del Portogallo, Lancia Corse HF ha dimostrato di avere entrambe le cose.

Foto: fonte web 

domenica 10 maggio 2026

L’ETNA INCORONA FAZZINO

La vittoria del giovane siracusano alla Catania Etna è il manifesto di una nuova generazione capace di unire velocità, intelligenza e identità siciliana.

C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere un giovane siciliano conquistare la Catania-Etna con la naturalezza dei predestinati. 
La 49ª edizione della cronoscalata organizzata dall’Automobile Club Catania non è stata soltanto una gara spettacolare lungo i 7,5 chilometri della SP 92: è stata la fotografia nitida di un movimento che, sulle strade dell’Etna, continua a rigenerarsi senza perdere la propria identità.

A firmare l’albo d’oro è stato Luigi Fazzino, ragazzo di Melilli che ormai non può più essere considerato una promessa. Con la sua Osella PA 30 ha dominato con lucidità e maturità, fermando il cronometro su un complessivo 6’05”30. 
Numeri importanti, ma ancora più impressionante è stata la sensazione di controllo trasmessa dal giovane siracusano: aggressivo quanto basta, veloce senza mai apparire oltre il limite. È il segnale più incoraggiante per chi guarda al futuro delle cronoscalate italiane.

L’Etna, del resto, non perdona improvvisazione. 
Qui servono coraggio, sensibilità e rispetto per un tracciato che cambia ritmo e aderenza curva dopo curva. Fazzino ha dimostrato di possedere tutto questo. E soprattutto ha mostrato una qualità rara nei giovani talenti: la capacità di leggere la gara. “Guidare con grinta ma senza rischi” non è una frase fatta; è la sintesi perfetta di una vittoria costruita con intelligenza.

Alle sue spalle è arrivata la risposta di una Sicilia motoristica vivissima. Michele Puglisi e Antonino Salamone, entrambi sulle performanti Nova Proto NP03 motorizzate Aprilia, hanno completato un podio che racconta molto più di una semplice classifica. Racconta il ricambio generazionale di una disciplina che, lontano dai riflettori del grande motorsport internazionale, continua a produrre talento autentico.

Puglisi ha corso con il trasporto emotivo di chi quella gara la vive da sempre, prima da spettatore e poi da protagonista. Salamone, invece, è stato la sorpresa più fresca del weekend: un debutto esaltante, fatto di velocità e naturale adattamento a una vettura tanto rapida quanto tecnica. Dietro di loro anche Emanuele Schillace, rientrato alle salite dopo il titolo italiano Slalom, ha confermato che il vivaio del Sud continua a rappresentare una risorsa enorme per l’automobilismo nazionale.

La Catania Etna 2026, però, lascia anche il retrogusto amaro delle occasioni mancate. Il forfait di Francesco Conticelli, costretto allo stop dal riacutizzarsi del problema al ginocchio, ha privato la gara di uno dei protagonisti più attesi. Così come pesa l’assenza di Samuele Cassibba, fermato da problemi tecnici prima ancora delle prove. Due assenze che hanno inevitabilmente modificato gli equilibri, ma che non tolgono nulla al valore della vittoria di Fazzino.

E poi ci sono le storiche, patrimonio culturale prima ancora che sportivo. Il successo di Gaetano Palumbo nel Quarto Raggruppamento e quello di Giovanni Cassibba tra le storiche ricordano quanto la passione per la salita siciliana sappia attraversare epoche e generazioni. Tra Fiat X1/9, Alfetta, Fulvia e prototipi Osella, la Catania Etna continua a essere un museo dinamico della velocità.

In un motorsport sempre più industriale e distante dal territorio, gare come questa conservano un’anima autentica. Qui il pubblico sente il rumore dei motori rimbalzare sulla pietra lavica, conosce i piloti per nome e trasforma una cronoscalata in una festa popolare. È questa la forza delle salite italiane: saper unire competizione, identità e passione.

Foto: fonte web 



NEL CAOS DELLE ASTURIE EMERGE MERLI: FREDDEZZA E CLASSE DA NUMERO UNO

Sotto un cielo che fa le bizze, il campione europeo in carica conquista la Subida al Fito con una prova di lucidità ed esperienza, rilanciando il suo ruolo di riferimento assoluto della montagna continentale.


Sotto un cielo impazzito, tra pioggia, grandine e continui cambi di aderenza, è emerso ancora una volta il talento e la freddezza di Christian Merli. Il campione europeo in carica ha conquistato la 54ª Subida al Fito, secondo appuntamento del Campionato Europeo della Montagna, imponendosi su uno dei tracciati più selettivi del calendario: 5,350 chilometri stretti, tortuosi e senza respiro, dove servono precisione assoluta e capacità di adattamento.

In Spagna non è stata una semplice gara di velocità, ma una sfida di interpretazione. Le condizioni atmosferiche hanno trasformato la salita asturiana in una lotteria tecnica, costringendo piloti e team a continui compromessi nell’assetto e nella scelta delle coperture. Eppure Merli, al volante della Nova Proto NP01, ha saputo leggere ogni cambiamento con lucidità da veterano, costruendo il successo manche dopo manche.

La prima salita aveva premiato il tedesco Alexander Hin, autore del miglior tempo in 2’41”875 davanti a Merli. Terza posizione per lo spagnolo Joseba Iraola Lanzagorta, mentre alle loro spalle chiudevano il francese Kevin Petit e O’Play, entrambi su Nova Proto. Una manche in cui Hin aveva sfruttato al meglio le condizioni della strada, trovando il guizzo vincente in un contesto già estremamente delicato.

Ma la risposta di Merli non si è fatta attendere. 
Nella seconda manche il trentino ha alzato il ritmo e soprattutto la qualità della guida, fermando il cronometro su 2’55”360 e mettendo tutti in fila. Petit ha limitato il distacco in 2’57”299, mentre Iraola ha confermato solidità e costanza con il terzo tempo in 2’58”022. Più in difficoltà Hin, soltanto quarto a oltre cinque secondi dalla vetta. Alle spalle dei migliori, Jordi Vilardell Moreno ha preso il posto di O’Play nella top five.

Con il regolamento che prevedeva tre salite e lo scarto del peggior tempo, la continuità si è rivelata decisiva. Ed è proprio lì che Merli ha costruito il suo successo: velocità, esperienza e capacità di non sbagliare in una gara resa imprevedibile dal meteo. Una vittoria pesante, non soltanto per il risultato finale, ma per il messaggio lanciato al campionato.

Alle spalle del fuoriclasse trentino hanno concluso Hin e Iraola, con Petit fuori dal podio e O’Play sesto dietro Vilardell. Ma ancora una volta, nella montagna europea, il riferimento resta Christian Merli.

Il podio per somma dei tempi:
1° Merli (Nova Proto NP 01), 5'37"266
2° Hin (Nova Proto NP 01) a 5”027, 
3° Iraola Lanzagorta (Nova Proto NP 01) a 7”142.

lunedì 4 maggio 2026

ANTONELLI, L'ALBA DI UN'ERA: MIAMI CONSACRA IL NUOVO DOMINATORE

Tre vittorie consecutive e una leadership senza crepe: a 19 anni, il talento italiano trasforma la promessa in dominio e ridisegna gli equilibri della Formula 1.









C’è un momento, nello sport, in cui il talento smette di essere una promessa e diventa una dichiarazione. Quel momento, oggi, porta il nome di Andrea Kimi Antonelli.


Vincere una gara può essere un episodio. Due consecutive iniziano a suggerire qualcosa di più. Tre di fila, invece, non lasciano spazio a interpretazioni: è dominio. 

Il Gran Premio di Miami non è stato soltanto il terzo sigillo consecutivo del giovane bolognese, dopo Cina e Giappone, ma la certificazione definitiva che la Formula 1 ha trovato il suo nuovo punto di riferimento.

A 19 anni, Antonelli non sta semplicemente sorprendendo: sta riscrivendo le aspettative. 
La sua leadership nel mondiale, ora consolidata con un margine significativo su George Russell, non è frutto di circostanze favorevoli, ma della capacità, rarissima, di controllare ogni fase della gara. A Miami lo ha fatto con la naturalezza dei veterani, gestendo pressione, strategia e momenti chiave con una lucidità disarmante.

La gara della Florida, sulla carta più equilibrata rispetto alle precedenti, ha esaltato ancora di più il suo valore. 
Le McLaren di Lando Norris e Oscar Piastri erano competitive, le Ferrari avevano portato aggiornamenti importanti, e perfino Max Verstappen restava una variabile pericolosa. Eppure, nessuno è mai riuscito davvero a impensierirlo.

E dire che l’inizio non era stato privo di insidie. Allo spegnimento dei semafori Antonelli scatta meglio rispetto alle uscite precedenti, ma viene subito attaccato da Verstappen. Nel difendersi è costretto ad allargare la traiettoria, spalancando la porta a Charles Leclerc, che si prende la leadership nelle prime fasi. È un momento chiave: molti avrebbero perso ritmo o lucidità, lui no.

La sua Mercedes gli consente di rientrare rapidamente in partita. Con calma, senza forzature, Antonelli ricuce lo strappo: riprende Leclerc, poi gestisce alla perfezione la fase dei pit stop, superando anche Norris nella girandola delle soste. Il sorpasso decisivo arriva attorno a metà gara, quando si libera definitivamente anche di Verstappen, penalizzato da pneumatici più usurati.

Da quel momento in poi, la corsa prende la forma che ormai sta diventando familiare: quella dettata dal passo di Antonelli. Norris prova a restare agganciato, ma non trova mai il margine per affondare il colpo. È una pressione costante ma sterile, perché il pilota italiano non concede spiragli, né errori.

Alle loro spalle, la gara si anima. La crescita della McLaren è evidente con il doppio podio sfiorato, mentre la Ferrari vive un pomeriggio dai due volti: competitivo nella prima parte, caotico nel finale. Leclerc, dopo aver accarezzato a lungo il podio, paga caro un problema tecnico e soprattutto un testacoda nell’ultimo giro, scivolando indietro e facendosi superare, tra gli altri, dallo stesso Russell e da Verstappen.

Proprio Lewis Hamilton vive una gara in salita, condizionata da un contatto iniziale e da una vettura danneggiata, mentre Russell raccoglie più di quanto mostrato in pista, senza mai essere realmente in lotta per le posizioni di vertice.

Il quadro complessivo racconta di un campionato che si sta riequilibrando sul piano tecnico, con aggiornamenti che hanno avvicinato McLaren e Ferrari, ma che, paradossalmente, si sta sbilanciando sempre di più sul piano umano.

Perché oggi la differenza la fa un pilota.
E quel pilota è ancora lui: Andrea Kimi Antonelli. 
Tre vittorie consecutive non sono più una notizia, ma un’abitudine. E in Formula 1, quando il talento diventa abitudine, spesso significa solo una cosa: è iniziata un’era.

Foto: fonte web