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lunedì 14 settembre 2026

È ORA DI CAMBIARE : IL MOTORSPORT DEVE GUARDARE OLTRE LA SEMPLICE FATALITÀ

Dall'evoluzione estrema delle prestazioni alla complessità delle dinamiche di gara, l'impegno per la sicurezza non può più limitarsi a rincorrere le emergenze. Per alzare davvero l'asticella della protezione di piloti e tifosi occorre un salto culturale ulteriore: anticipare l'errore prima che si ripeta, proteggendo in modo ancora più efficace chi vive di questa passione.

















Quando succede qualcosa di grave, la prima tentazione è parlare di fatalità. È una parola comoda, perché consente di chiudere rapidamente una discussione. Ma nel motorsport la fatalità non può diventare un alibi.

​Gli incidenti delle ultime settimane, tra rally e cronoscalate, hanno riportato brutalmente al centro dell'attenzione il tema della sicurezza. Non quella scritta sui regolamenti, non quella verificata attraverso una serie di adempimenti, ma quella reale: quella che deve essere in grado di proteggere un pilota, un commissario, un addetto ai lavori e, soprattutto, uno spettatore quando qualcosa va storto.

​Sia chiaro: nessuno mette in discussione il lavoro degli organizzatori. Chi organizza una gara affronta responsabilità enormi e applica sempre con scrupolo quanto previsto dai regolamenti.

Ma proprio qui sta il punto.

​Se una vettura può fare qualcosa che fino a qualche anno fa sembrava impossibile, forse dobbiamo chiederci se anche ciò che la protegge sia ancora adeguato.

​Dopo oltre quarant'anni trascorsi a seguire rally, cronoscalate, slalom e gare automobilistiche, qualche confronto con il passato viene naturale. E osservando alcune competizioni di oggi, non posso evitare di chiedermi se determinati sistemi di protezione siano rimasti indietro rispetto all'evoluzione delle automobili.

​Le vetture sono cambiate profondamente. Sono più veloci, più sofisticate, più pesanti. Le loro dinamiche in caso di perdita di controllo sono diverse da quelle che eravamo abituati a vedere decenni fa.

​E allora perché continuiamo, in determinate situazioni, ad affidarci alle stesse soluzioni?

​Le balle di paglia davanti a un muretto, le protezioni collocate all'esterno di una curva, le chicane costruite con pile di pneumatici: sono sistemi previsti dalle norme, hanno una loro funzione e non si può certo sostenere che siano stati messi lì senza criterio.
Ma una cosa è rispettare una prescrizione, un'altra è domandarsi se quella prescrizione sia ancora sufficiente.

​Perché le auto sono cambiate. E forse la sicurezza non abbastanza.

​C'è poi un altro aspetto che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto nelle cronoscalate: il fondo stradale.


Capita di vedere carreggiate nelle quali l'asfalto nuovo interessa soltanto una parte della strada, mentre l'altra conserva un manto vecchio e usurato. Per chi percorre quella strada normalmente può essere una semplice differenza di superficie. Per una vettura da competizione che affronta una curva ad alta velocità può diventare qualcosa di completamente diverso.

​Avere due livelli di aderenza differenti sotto le quattro ruote non è un dettaglio: significa modificare il comportamento della vettura proprio nel momento in cui il pilota ha meno margine per correggere un'eventuale perdita di controllo.

​Anche in questo caso la domanda è semplice: abbiamo verificato che ciò che era accettabile ieri lo sia ancora oggi?

​Poi ci sono i fatti. E davanti ai fatti, ogni teoria lascia il posto alla realtà.
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Alla Monte Erice alcuni spettatori hanno perso la vita. Al Rally 1000 Miglia è accaduta un'altra tragedia, così come al Rally della Val d'Aveto, in Liguria. Sono eventi che invitano a riflettere, andando oltre la semplice classificazione di incidente.

​L'imponderabile esiste, certo.

​Ma se sappiamo che esiste, allora dobbiamo organizzare le gare proprio partendo da questo presupposto.

​La sicurezza non dovrebbe servire soltanto a gestire ciò che prevediamo. Dovrebbe servire, per quanto possibile, a limitare le conseguenze di ciò che non siamo in grado di prevedere.

​Ed è qui che credo sia necessario un cambio di mentalità.

Vale la pena riflettere sull'opportunità di avvicinare sempre di più l'approccio alla sicurezza del pubblico nei rally e nelle cronoscalate a quello, storicamente più standardizzato, dei circuiti permanenti.

​Una prova speciale non è un circuito permanente, questo è evidente. Ma il pubblico deve essere protetto con la stessa filosofia: aree sicure, accessi controllati, l'individuazione, se possibile, di aree dove costruire delle tribune removibili, un numero di spettatori compatibile con gli spazi disponibili e, soprattutto, nessuna valutazione basata soltanto sull'esperienza passata.

​Perché è proprio l'esperienza passata, in alcuni casi, a ingannarci.

​La zona della Monte Erice nella quale è avvenuto l'incidente la conosco bene. Dal 1982 fino all'inizio degli anni 2000 ho visto correre praticamente tutte le gare. Quella posizione, all'esterno della curva, era sempre stata considerata sicura. Gli spettatori si trovavano diversi metri sopra la sede stradale e a una distanza considerevole dal punto di percorrenza delle vetture.

​Per decenni non era successo nulla.

​Poi è arrivata una Peugeot 308.

E uno sperone di roccia, in una dinamica che fino a quel momento non aveva mai rappresentato un fattore di rischio, si è trasformato in un trampolino.

​La vettura è volata verso il pubblico.

​Questo è l'imponderabile. Ed è esattamente per questo che diventa necessario aggiornare costantemente i parametri di valutazione, poiché l'evoluzione di questo sport ci dimostra che persino la più solida memoria storica di un percorso può non bastare più.

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Lo stesso ragionamento nasce spontaneo analizzando quanto accaduto alla Coppa Nissena con la Ferrari 296 di Kadija Mourtaji.

Anche in quell'occasione si è manifestata una dinamica del tutto inedita e difficilmente ipotizzabile alla vigilia; fortunatamente senza conseguenze per la pilota, ma con danni alle strutture e forte apprensione per gli addetti ai lavori.

Due scenari differenti che aprono una riflessione comune: l'efficacia delle barriere di protezione di ultima generazione.

È chiaro che nessuna barriera può azzerare il rischio di un impatto, ma l'adozione di standard avanzati può ridurne in modo significativo gli effetti. 
Guard-rail a tripla lama, barriere New Jersey e sistemi di protezione continui, nei punti in cui la conformazione stradale ne consente l'installazione, non rappresentano una soluzione assoluta, ma costituiscono presidi fondamentali per contenere una vettura all'interno della sede stradale ed evitarne la proiezione incontrollata.

In questa ottica evolutiva, alla Monte Erice una barriera differente avrebbe potuto smorzare la traiettoria della Peugeot prima dello sperone di roccia. Allo stesso modo, alla Coppa Nissena, una protezione specifica avrebbe potuto intercettare la Ferrari prima del contatto con la struttura dell'arrivo.

Si tratta di ipotesi geometriche e fisiche, certamente. Ma quando l'obiettivo condiviso è la massima tutela della vita umana, ogni ipotesi merita di essere approfondita con il massimo rigore scientifico.

Naturalmente, il grande nodo da affrontare riguarda la sostenibilità economica e logistica. Realizzare una protezione continua lungo una prova speciale di rally rappresenta una sfida straordinaria per risorse, tempistiche e gestione del territorio. Una cronoscalata, pur presentando difficoltà strutturali diverse, offre margini di fattibilità superiori, pur a fronte di investimenti economico-finanziari che restano di assoluto rilievo.

Ed è proprio sulla sostenibilità e sulla ripartizione di questi costi che l'intero sistema è chiamato a confrontarsi. Organizzare una gara comporta uno sforzo economico enorme sotto ogni aspetto, e la gestione della sicurezza stradale ne rappresenta la voce più complessa. Per questo motivo, la sicurezza non può gravare esclusivamente sulle spalle dei singoli comitati organizzatori, ma deve essere concepita come un grande investimento collettivo e strutturale, sostenuto da tutto il comparto del motorsport.

Il progresso tecnologico ci mette a disposizione automobili sempre più performanti e competizioni straordinariamente veloci, seguite da un pubblico numeroso e appassionato. Questa evoluzione tecnica dei veicoli ci spinge, di riflesso, ad aggiornare i criteri di protezione, per adeguarli alle sollecitazioni fisiche delle vetture moderne, profondamente diverse rispetto al passato.

I regolamenti vigenti tracciano con precisione i requisiti obbligatori a cui gli organizzatori si attengono già con rigorosa professionalità. La sfida del futuro, tuttavia, sta nella capacità del sistema di fare un passo ulteriore.
Questo non significa affatto mettere in discussione l'eccellente operato e i sacrifici di chi organizza, a cui va garantito il massimo supporto amministrativo ed economico. Significa, al contrario, invitare l'intero movimento motoristico a una riflessione d'insieme, per anticipare le risposte che lo sviluppo tecnologico inevitabilmente ci impone.