La tragedia durante la 68ª edizione della cronoscalata: due ragazzi perdono la vita dopo essere stati travolti da una vettura. Gravemente ferito anche un commissario di percorso, ricoverato in ospedale in gravi condizioni. La gara è stata sospesa.
Quando il Motorsport si ferma, il dolore viene prima di tutto.
Ci sono domeniche nelle quali il Motorsport dovrebbe parlare soltanto di velocità, di tecnica, di passione. Domeniche nelle quali si dovrebbe discutere di tempi, di traiettorie, di classifiche e di vetture portate al limite.
E poi ci sono giornate nelle quali tutto questo improvvisamente perde significato.
Questi incidenti non dovrebbero mai accadere. Mai.
La 68ª Monte Erice avrebbe dovuto essere una giornata di sport. Si è invece trasformata in una giornata di dolore e di lutto, dopo il gravissimo incidente verificatosi in corrispondenza della postazione 9, durante le partenze del gruppo TCR.
Il bilancio è drammatico.
A perdere la vita sono stati due giovani, Giuseppe Bisconti e Karol Greco, rispettivamente di 20 e 18 anni, entrambi provenienti da Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo.
Due ragazzi che erano lì per assistere a una gara e che non sono più tornati a casa.
È una frase difficile persino da scrivere.
Nello stesso incidente è rimasto coinvolto anche un commissario di percorso, travolto dalla vettura uscita dal tracciato. Il commissario è stato soccorso e trasportato in ospedale, dove si trova ricoverato in prognosi riservata.
Prima di qualsiasi analisi sulla dinamica dell'accaduto, prima delle responsabilità, prima delle domande sulla sicurezza del percorso, viene il rispetto per chi ha perso la vita e per chi, in queste ore, sta lottando.
Le informazioni disponibili devono essere trattate con estrema cautela. Saranno gli accertamenti delle autorità competenti a stabilire cosa sia realmente accaduto, quali siano state le cause dell'incidente e se vi siano eventuali responsabilità.
Secondo la ricostruzione fornita dagli organizzatori e riportata da TrapaniSì, sulla carreggiata non sarebbero stati rilevati segni di frenata. Dopo l'impatto, il guardrail sarebbe stato divelto e la vettura avrebbe oltrepassato la sede stradale, compiendo un volo di circa 60 metri, anche a causa di una roccia che avrebbe fatto da rampa.
Nella sua traiettoria, la Peugeot avrebbe travolto un albero, gli spettatori e il commissario di percorso, prima di precipitare nell'area sottostante, dove avrebbe colpito anche una vettura e uno scooter parcheggiati.
Sempre secondo quanto riferito dal direttore di gara Fabrizio Fondacci, l'impatto con gli spettatori e con il commissario sarebbe avvenuto a circa 20 metri dal bordo della carreggiata, in una zona posta circa tre metri al di sopra del piano stradale e che, sulla base della ricostruzione dell'organizzazione, era considerata un'area di sicurezza.
Sono elementi che dovranno essere analizzati con attenzione. Ma oggi non è il momento di trasformare una tragedia in un processo sui social.
Non servono sentenze immediate. Non servono ricostruzioni basate su pochi secondi di immagini. Non serve cercare un colpevole prima ancora di conoscere tutti gli elementi.
Serve capire.
Capire cosa è successo. Capire perché è successo. Capire se qualcosa poteva essere fatto diversamente. E soprattutto capire se ciò che emergerà dalle indagini potrà contribuire a evitare che una tragedia simile possa ripetersi.
Perché ogni volta che il Motorsport viene colpito da un incidente mortale torna inevitabilmente la stessa domanda: quanto può essere sicuro uno sport nel quale il rischio zero, per definizione, non esiste?
La risposta non può essere semplicemente quella di smettere di correre.
Il Motorsport nasce dalla velocità, dalla competizione, dalla tecnica, dalla ricerca del limite e dal coraggio di chi decide di affrontarlo. Eliminare completamente il rischio significherebbe probabilmente snaturare l'essenza stessa delle corse.
Ma proprio perché quel rischio esiste, la sicurezza non può mai essere considerata un risultato raggiunto una volta per tutte.
Deve essere un processo continuo.
Ogni incidente deve diventare un'occasione per interrogarsi. Ogni tragedia deve imporre una verifica. Ogni elemento del percorso deve essere analizzato, anche quello che prima poteva sembrare secondario.
Una barriera. Una protezione. Una via di fuga. Una postazione di commissari. Una procedura. Una comunicazione radio. Una decisione presa pochi secondi prima.
Nel Motorsport nulla di tutto questo è un semplice dettaglio.
Dietro ogni elemento della sicurezza ci sono persone.
E quelle persone, troppo spesso, diventano invisibili agli occhi di chi guarda una gara.
Il pubblico vede il pilota. Vede la vettura. Vede il cronometro, la classifica, il sorpasso, la traiettoria perfetta.
Ma dietro lo spettacolo ci sono uomini e donne che rendono possibile una competizione: commissari, tecnici, organizzatori, soccorritori, addetti alla sicurezza.
Persone che stanno a bordo strada mentre le vetture sfrecciano a pochi metri da loro. Persone che, come i piloti, accettano una quota di rischio per amore delle corse.
La tragedia della Monte Erice ci ricorda nel modo più doloroso possibile che quelle persone non sono semplici figure ai margini dello spettacolo.
Sono parte integrante del Motorsport.
E quando accade qualcosa di irreparabile, il Motorsport non perde soltanto due spettatori o un commissario ferito. Perde una parte della propria comunità.
È questo il punto dal quale deve partire ogni riflessione.
Non dalla ricerca immediata di un colpevole. Non dalla necessità di avere una risposta prima ancora che gli accertamenti siano conclusi.
Ma dalla volontà di comprendere.
Perché la sicurezza non può essere soltanto un capitolo di un regolamento. Non può essere una casella da spuntare prima della partenza.
La sicurezza deve essere cultura.
Deve essere responsabilità collettiva.
Deve essere un processo continuo, destinato a essere messo in discussione ogni volta che qualcosa accade.
Perché ogni volta che una vettura parte, dall'altra parte delle protezioni c'è qualcuno.
E quel qualcuno deve poter tornare a casa.
Oggi, però, è ancora il momento del silenzio.
Prima delle analisi, prima delle responsabilità, prima delle domande viene il rispetto per Giuseppe e Karol, per le loro famiglie, per il commissario di percorso ricoverato in prognosi riservata e per tutte le persone coinvolte in questa terribile giornata.
Il Motorsport si fermerà per un momento.
Poi tornerà a correre, perché correre fa parte della sua natura.
Ma quando lo farà dovrà portare con sé anche questa tragedia.
Non per avere paura della velocità. Non per rinunciare alla competizione. Non per dimenticare ciò che rende le corse uno sport unico.
Ma per ricordare.
Ricordare che dietro ogni vettura ci sono persone. Che dietro ogni curva ci sono uomini e donne. Che dietro ogni gara c'è una comunità intera.
E che nessun risultato, nessun tempo sul cronometro, nessuna classifica potrà mai valere più della vita di chi rende possibile quello spettacolo.
Il Motorsport deve continuare a correre.
Ma deve farlo cercando, ogni volta, di essere un po' più sicuro di prima.
