Scrivo questo post a seguito delle reazioni al mio ultimo articolo dedicato al tema della sicurezza, nato dopo i recenti e tragici incidenti nei rally di Brescia e in Liguria e nella cronoscalata Monte Erice.
Purtroppo, la reazione di molti è stata spiacevole: tra messaggi privati, e-mail e commenti di ogni genere, ho letto di tutto, dalle battute derisorie a interventi del tutto inopportuni, fino alle accuse di chi mi ha additato come il classico "fenomeno" capace soltanto di criticare senza proporre soluzioni.
Sia chiaro: non è mia intenzione erigermi a massimo esperto o all'unico risolutore di un problema drammaticamente complesso come la sicurezza nel motorsport. Per questo esistono figure specializzate, istituzioni e tecnici incaricati di affrontare una questione annosa e delicata.
Tuttavia, c’è un aspetto che mi preme sottolineare con forza. Le mie considerazioni non nascono da una cattedra, ma da oltre quarant’anni "vissuti a bordo strada" con la passione viscerale di chi ama questo sport, affiancate da dodici anni di servizio attivo come Ufficiale di Gara sul campo.
In tutti questi anni di incidenti ne ho visti parecchi, molti dei quali caratterizzati dalle dinamiche più imprevedibili e improbabili. Non parlo per accademia, ma per aver visto da vicino e toccato con mano cosa significa davvero vivere la corsa.
Premesso che il rischio zero non esiste e non esisterà mai, esistono precise soluzioni che, se adottate correttamente, riducono drasticamente la probabilità che si verifichi una tragedia. La mia amarezza non nasce dalla presunzione di avere risposte pronte: so bene che chi si occupa di sicurezza lavora con dedizione e criterio.
Tuttavia, le cronache ci dimostrano che, a volte, fare le cose “per bene” semplicemente non basta. Assistendo da decenni a rally e cronoscalate, ho spesso l’impressione che troppi dettagli vengano lasciati al caso, confidando nella pericolosa illusione che "tanto non succederà nulla".
È proprio questo l’anello debole della catena: la sicurezza richiede un eccesso di zelo programmatico, quell’attenzione maniacale che segna il confine tra un banale incidente di gara e un evento drammatico dalle conseguenze irreversibili.
Allestire il tracciato di una prova speciale di un rally con le stesse misure strutturali che si vorrebbero per una cronoscalata è indubbiamente un’operazione molto più complessa e articolata, ma la certezza che ogni singolo metro sia stato analizzato e soppesato non deve mai venire meno.
Nelle gare in salita, in particolare, si dovrebbe adottare un approccio più vicino a quello dei circuiti permanenti (vie di fuga escluse), replicandone i medesimi standard di protezione. Purtroppo, devo riscontrare ancora troppe valutazioni approssimative su cosa possa accadere se una vettura dovesse uscire di strada in uno specifico punto.
Esistono interventi che, pur potendo apparire drastici o impopolari, fanno la differenza tra la vita e la morte.
A partire dalla gestione degli spettatori, per la quale bisognerebbe realizzare tribune dedicate nelle sole aree realmente sicure, arrivando a contingentare o ridurre gli accessi quando le condizioni della strada non garantiscono la totale incolumità del pubblico.
Allo stesso modo, si rende indispensabile l’installazione continua di guardrail o barriere New Jersey lungo tutto il tracciato, compresi i rettilinei in cui le altissime velocità, unite a un possibile guasto meccanico, provocano gli impatti più devastanti, senza trascurare le zone interne alle curve, dove sporgenze e pareti rocciose rischiano di fare da trampolino, catapultando l’auto.
Un altro nodo cruciale riguarda la qualità e l’omogeneità della sede stradale: è inaccettabile assistere al rifacimento parziale dell’asfalto per mezza carreggiata, specialmente all’interno di curve veloci da quinta o sesta marcia. Il manto deve essere uniforme e coprire per intero sia le pieghe sia gli allunghi che le precedono e le seguono.
Anche la posa delle barriere richiede un cambio di passo: le lame dei guardrail, quando si susseguono, devono sempre essere orientate con la parte iniziale a favore del senso di marcia e mai contro, eliminando interruzioni ingiustificate ed evitando l’inutile usanza di mettere pneumatici a protezione delle loro estremità. Infine, occorre una revisione critica degli ostacoli provvisori: le chicane artificiali posizionate lungo i rettilinei per rallentare i concorrenti rappresentano spesso una soluzione inappropriata poiché, se urtate violentemente dalle vetture nel momento di inserimento o all'uscita ad alta velocità, rischiano di innescarne il cappottamento.
Allo stesso modo, le balle di paglia o le gomme addossate ai muretti di contenimento hanno un’efficacia protettiva quasi nulla e possono provocare il medesimo effetto perno, ribaltando l’auto.
Se questi interventi risultano operativamente più semplici nelle cronoscalate, devono trovare applicazione strutturale anche nei rally, pur con tutte le difficoltà legate alla lunghezza delle prove e alle specifiche normative di settore. Inserire guardrail a protezione delle cunette ed eliminare le barriere d’emergenza improvvisate non è un’opzione: è un dovere.
L’approccio alla sicurezza non può essere un elemento secondario o un compromesso al ribasso: deve rappresentare una vera e propria scelta culturale. Deve figurare come il primo capitolo, scritto a caratteri cubitali, di qualunque regolamento, senza lasciare margine a interpretazioni comode o ad approssimazioni.
A chi liquida queste proposte come irrealizzabili o eccessive, rispondo che, se c’è la volontà politica e organizzativa, le cose si fanno. La sicurezza non è mai un costo inutile o una spesa a fondo perduto: è un investimento nello sport e, prima di ogni altra cosa, nella tutela della vita umana.



